CROCE DEL TRAVAGLIO da Banchi di Sopra, Banchi di Sotto, Via di Citta', Vicolo di S. Pietro

La CROCE DEL TRAVAGLIO fu il punto nodale della città medioevale, poiché

vi si incontrano le tre principali strade dei Terzi: Banchi di Sopra, Banchi di Sotto

e Via di Città.

Questo crocevia è forse il punto indicato in un documento notarile del 1029 con il toponimo latino Triventum, derivato dall’unione tematica di Tri(vium) con ventum a significare punto d’incontro di tre vie provenienti da direzioni diverse (da tramontana, da levante e da scirocco), come è per le correnti d’aria.

Taluni studiosi (il Cordaro, ad esempio, e il Guidoni) hanno scritto recentemente che la località era situata presso l’attuale imbocco della Costarella, dove sorgeva la più antica Porta Salaria, poiché nel medioevo era usanza celebrare le udienze giudiziarie (del genere di quella riportata dal documento notarile del 1029, dove è citato il Triventum), dinanzi alle porte della città.

Per contro il Lusini ritiene che già prima del 1029 il Triventum fosse all’incrocio delle tre strade principali della città e ricorre all’etimo della parola, che, secondo lui, significa quasi venuta o arrivo da tre parti nel latino notarile di allora.

Successivamente si affermò il toponimo Traballium, volgarizzato in Travallium. Sempre il Lusini ricorda un atto del Convento di Lecceto del 5 febbraio 1150, dove tra i testimoni si nomina un certo Scarsello del Travaglio.

Ma il termine divenne ben presto Croce del Travaglio, in quanto fu sposato ad un religioso segno di devozione, una croce che stava nel trivio per indicare ai romei la strada Francigena per Roma o per il Nord, nonché la via per il pellegrinaio del Santa Maria della Scala sul colle della Cattedrale.

Con l’espressione a Cruce Travalli superius (= dalla Croce del Travaglio più in su) fu chiamato anche il Terzo di Camollia fino alla metà del secolo XIII.

Secondo Lodovico Zdekauer l’appellativo di Travallium, al pari di altri toponimi (quali, ad esempio, Malfango e Pantaneto), derivò dallo stato in cui si trovava la maggior parte delle vie senesi, comprese le strade principali, avanti che fossero pavimentate con mattoni.

Il primo regolamento organico per la costruzione e per la manutenzione delle strade urbane fu lo “Statuto dei Viari”, emanato dal Comune nel 1290.

Le strade avevano perduto da tempo la selciatura dell’epoca romana o etrusca ed è facile immaginare il dissesto del fondo in questo importantissimo nodo della viabilità urbana senese per effetto del ripetuto passaggio di carri e di cavalcature e come conseguenza delle intemperie.

A detta di altri studiosi il toponimo Travallium deriverebbe dal vocabolo latino trabs, -bis (= trave). Viene infatti collegato al ricordo dei travagli medioevali, o travate, cioé degli sbarramenti con travi e catene di ferro, che, in occasione di sommosse o di turbolenze popolari, qui, meglio che altrove, venivano approntati per impedire l’avanzata delle fazioni tumultuanti e le scorribande delle cavallerie nemiche.

Sull’origine del nome Travallium, B. Benvoglienti (1571) così scrive: Travaglio si dice, perché i cittadini erano soliti di fare i cancelli e le serrature di travi in quella parte, come si suol fare dinanzi ai borghi per impedire le correrie de’ nimici. Hoggi noi li chiamiamo serragli, ma gli antichi li chiamavan travagli; come ancora si nomina il luogo dove si dà la mossa ai cavalli.

Il Lusini fa risalire il nome ai travagli con cui fu sbarrato l’incrocio durante i tumulti del 1147, quando si ebbe grande controversia e combustione fra il popolo e i nobili discesi di Francia e i nobili discesi di Chiusi per lo fatto di reggere il Comune senese.

Lo studioso cita un passo della “Cronaca” di Giovanni Bisdomini laddove si legge: Chi voleva un signore, chi i consoli, chi voleva un Consiglio eletto e chi gli anziani, e per questo fu gran travaglio alle tre vie ch ‘e’ nobili avevano preso palazzi e casamenti delle tre vie in modo che per niente si poteva passare.

In effetti, durante le contese cittadine, questo luogo risultò diverse volte un centro veramente nevralgico e strategico, e attorno ad esso si accesero le mischie più accanite.

E’ sufficiente ricordare due episodi storici: qui il 19 gennaio 1369 la furia dei Popolari bloccò e travolse Carlo IV ed il suo seguito, che dalla rocca di Niccolò Salimbeni si era baldanzosamente mosso per invadere il Campo ed occupare il Palazzo Pubblico; qui, oltre due secoli dopo, Giovanni Martinozzi batté i mercenari dell’ultimo Petrucci.

A proposito degli sbarramenti antisommossa, è importante non dimenticare che al tempo del Governo dei Nove in città furono messe catene ovunque, e non soltanto alla Croce del Travaglio.

Allora le rivolte erano fenomeni frequenti e le sedizioni dei Popolari finivano sempre con saccheggi e ruberie nelle botteghe dei commercianti più facoltosi.

Così, per frenare le scorribande della plebaglia o lo scorrazzare dei nobili a cavallo, i Nove decisero di far tramezzare le vie con catene di ferro, pesanti più di duecento libbre l’una fermate a poco più di un metro da terra con un ganghero e un pestio.

Una ricerca di Alessandro Lisini, pubblicata nella “Miscellanea Storica Senese” del 1897 (altre volte ricordata), riporta un documento tratto dalla “Biccherna” del 1339, in cui sono elencati ben duecentonovantasei punti stradali della città, indicati con i nomi dei cittadini incaricati di fermare le catene al muro della propria casa.

A costoro la Repubblica pagava ogni semestre un compenso di una lira o di dieci soldi.

Queste catene - spiega il Lisini - rimasero appese lungo le muraglie delle strade fin quasi al tempo della caduta del libero Comune, sebbene negli ultimi anni non si usasse più metterle attraverso la via.

Nell’elenco del 1339 la Croce del Travaglio non è esplicitamente indicata; sono invece segnati gli sbarramenti alla Via di S. Paolo dal Campo (Vicolo di S. Paolo), alla Via dei Consoli dal Campo (inizio di Via di Città), al canto d’Alberto Medici dal Campo (Vicolo di S. Pietro).

Un’espressione frequentemente usata in passato per indicare la Croce del Travaglio fu Tre vie di Roccabruna, con riferimento alla Torre Bruna (o Rocca Bruna), che ancor oggi domina il Travaglio dall’angolo fra il Vicolo di S. Pietro e Banchi di Sotto (nn. cc. 2-4).

L’antica torre è riconoscibile per essere tutta in pietra grigia e per avere un coronamento merlato, appostovi nel secolo XVI dopo che fu mozzata all’altezza dei tetti delle case.

Rifacendosi al Tizio, Girolamo Gigli scrive che si disse Rocca Bruna, perché ai tempi più antichi d’ogni memoria la Piazza era appellata Valle Selvata Bruna, ed era ricovero di masnadieri: onde, volendola sicurare da questa mal nata gente, questa Torre a ben guardarla vi fabbricarono.

In passato si favoleggiava che Rocca Bruna fosse collegata per mezzo di cunicoli a Castelvecchio, a Castel Montone ed a Camollia, in quanto presso di essa si spalancavano aperture profondissime, che al tempo del Gigli erano state parzialmente colmate con calcinacci e scarti edilizi.

Il Tizio scrisse che nell’anno 800 questa torre fu donata da Carlo Magno agli eredi di Robba Angiolieri; in seguito appartenne ai Maconi, ai Biringucci ed ai Tommasi.

Ai primi del Settecento fu del nobile Mino Campioni; infine passò in proprietà dei Sansedoni.

Ricerca e testo di Alberto Fiorini