PIAZZA TOLOMEI – da Via Banchi di Sopra, Via C. Angiolieri, Via del Moro, Via Calzoleria.

PIAZZA TOLOMEI si apre, regolarmente squadrata, dinanzi al Palazzo Tolomei, a metà circa di Banchi di Sopra. Ha per fondale la chiesa di S. Cristoforo, da cui in antico ricevette il nome di Piazza di S. Cristoforo, o di S. Cristofano.

Verso la discesa di Via del Moro (lato sinistro della piazza), c’è il bel Palazzo Palmieri Nuti (1540), il cui ingresso – come abbiamo accennato - è sul corso al n. c. 48.

Il prospetto in arenaria verso S. Cristoforo, disegnato da Anton Maria Lari, detto il Tozzo, è ornato in alto da un grande stemma nobiliare della famiglia.

Sulla destra della piazza, invece, c’è l’edificio in falso stile rinascimentale, oggi sede della Banca Toscana. Nel Settecento come si vede da un disegno del Pecci, il palazzo aveva una facciata in stile neoclassico con la sommità ornata da tre statue.

Allora lo stabile apparteneva alla famiglia Marescotti Tolomei; successivamente fu acquistato dai Bandini, che, sulla facciata rivolta alla piazza, fecero murare il proprio stemma con due teste d’aquila affrontate, tenenti fra i rostri una palla d’oro. In una delle sale a piano terra (quella a sinistra del portone principale), Policarpo Bandini aprì una farmacia, divenuta famosa per aver ospitato, intorno al 1820 segreti convegni carbonari.

La farmacia vi rimase fino al 1936, ma dal 1902 ne erano divenuti titolari i Gori.

Verso il 1920, il palazzo fu venduto da Pilade Bandini alla Banca Toscana, che lo ristrutturò e ne modificò l’ingresso (n. c. 8), costringendo gli inquilini dei piani superiori a passare dalle scale del contiguo Palazzo Carnevali (n. c. 34 di Banchi di Sopra).

La bella piazza è dominata dall’elegante palazzo ogivale in pietra grigia dei Tolomei che si erge isolato dai vicoli della Torre e del Coltellinaio. Severo e leggiadro, stupisce per la facciata dalle intatte linee duecentesche, appena ingentilite nella parte superiore da forme architettoniche rinascimentali.

Eppure non mancarono ad esso distruzioni e rifacimenti per riparare i danni provocati dai Ghibellini.

Pare addirittura che in origine il casamento si sviluppasse con il castellare a lato della chiesa di S. Cristoforo. Secondo il cronista Andrea Dei, esso fu costruito attorno al 1208 ad opera di Tolomeo e di Jacopo di Rinaldo Tolomei.

Nel 1267, essendo stati costretti i proprietari all’esilio, il fabbricato subì le ire dei ghibellini di Provenzan Salvani e fu semidemolito; ma venne totalmente rifatto negli anni 1270-72, con l’utilizzazione dei materiali di recupero raccolti dai ruderi delle case e delle torri dei Salvani, abbattute dopo la vittoria guelfa di Colle (1269).

Pochi anni dopo, nel 1277, la residenza dei Tolomei patì un rovinoso incendio; tuttavia, malgrado questo ed il peso degli anni, l’elegante palazzo, mirabilmente restaurato nel 1971, appare oggi il più bello tra gli edifici nobili di Siena.

Lo stemma dei Tolomei è azzurro con fascia d’argento, accompagnata da tre mezzelune montanti, due in capo e una in punta.

I Tolomei (o Talomei, come ebbe a rimarcare il Lusini, che ritenne il nome una forma abbreviata di Bartalomei, divenuta Ptolomaei nel Quattrocento per una pomposa carezza degli Umanisti) furono una delle più antiche e potenti casate senesi.

Secondo un’origine favolosa inventata da coloro che si sono occupati della genealogia della famiglia, i Tolomei discenderebbero dai sovrani d’Egitto; in realtà vennero in Italia al seguito di Carlo Magno. Stabilitisi nel territorio senese, accumularono presto ingenti fortune e furono tra le prime famiglie di banchieri, che esercitarono l’arte del cambio.

Possedettero numerose terre e castelli nella Montagnola e fin nella Maremma; ebbero case e torri in Siena.

I Tolomei trassero potere anche dal patronato di molte chiese, tra cui quella di S. Cristoforo, che fino al 1274 ospitò le riunioni del maggior Consiglio cittadino.

Nel fare una breve storia della nobilissima prosapia, il Gigli racconta che nell’undecimo e duodecimo secolo troviamo i Tolomei grandi, e potenti, ed imparentati colle case de’ Grandi, e padroni di Feudi, e onorati di torre: il che certamente delle antiche benemerenze col Pubblico molto ci prova, e dell’antico dominio del Contado.

Verso il 1290 i Tolomei, ormai ramificatisi abbondantemente, annoveravano ben centoventi famiglie, legate dal vincolo della consorteria. Attorno ad esse si raccolse l’intera fazione guelfa e Roberto d’Angiò, re di Napoli, capo del partito guelfo in Italia, dette lustro alla casata facendosi ospitare nel palazzo di Piazza S. Cristoforo.

Ma non tutti i membri della consorteria furono cambiavalute, politici e guerrieri. Ad esempio, i Tolomei dettero alla Chiesa almeno venti beati, tra cui Bernardo, nato nel 1272, fondatore dell’Ordine degli Olivetani. Da ricordare è anche la Pia dantesca della V cantica del “Purgatorio”, un’anima accorata e pregante, pervasa di una malinconia più sottintesa che espressa.

Da bambina Pia forse visse proprio nel palazzo di Piazza Tolomei; andò in sposa a Nello Pannocchieschi, che l’avrebbe relegata in Maremma e, poi, uccisa o fatta uccidere (fine sec. XIII) per passare ad altre nozze, oppure per punire l’infedeltà di lei. Presso Massa Marittima si mostra ancora il salto della Contessa.

Ricca di storia è anche la chiesa di S. Cristoforo, la cui travagliata esistenza - scrive L. Franchina - fu un continuo risorgere, un fare, un disfare, che giustificano l’ibrido risultato che ci è pervenuto.

L’origine della chiesa è antichissima: le prime notizie si hanno attorno al 1087.

Fin dagli ultimi anni del secolo XII la chiesa di S. Cristoforo fu scelta dal Comune per pubblico servizio civile: dinanzi al suo altare si riunì dal 1100 il Consiglio Generale della Repubblica, detto della Campana dalla squilla (ora nel museo del Palazzo Comunale) che veniva suonata per dare il segnale delle adunanze.

In S. Cristoforo risiedettero pure i Consoli della Curia del Placito e varie Arti, tra cui quella degli Speziali.

Fu in questa chiesa e in questa piazza che il popolo senese decise di contrastare le angherie fiorentine, preparandosi in preghiera alla battaglia di Montaperti (4 settembre 1260); ed il Comune, in ricordo dell’esaltante vittoria, eresse presso la strada maestra un’alta colonna portastendardo, collocandola su un lungo sedile in pietra, oggi ridotto a piedistallo. Nel 1610 sul fusto venne sistemata una lupa senese di stagno, realizzata da Domenico Arrighetti, detto il Cavedone, che però fu sostituita nel 1885 con una copia fatta da Leopoldo Maccari. Nei giorni del Palio la colonna oggi sostiene l’insegna del Terzo di Camollia e la bandiera della Contrada Priora della Civetta.

Da S. Cristoforo trasse nome la Società d’Armi, che ebbe per emblema un leone d’oro in campo azzurro e tre gigli d’oro da capo. All’epoca delle prime Cacce dei Tori il popolo di S. Cristoforo, appartenente al Terzo di Camollia, comparve ai giuochi nel Campo con una macchina a forma di Orso, finché, unitosi agli uomini di S. Pietro alle Scale in Banchi e di S. Vigilio, del Terzo di S. Martino, formò una Contrada nuova, che si presentò alla magnifica et honorata Festa di Santa Maria d’Agosto del 1546 recando in trionfo su di un vaso d’argento il simbolo vivente del nome dato all’aggregazione dei tre rioni: una civetta.

La Contrada della Civetta fu ospitata nella chiesa di S. Cristoforo dal 1786 al 1945.

In origine la chiesa aveva sulla sinistra la canonica e sul retro il chiostro, il cimitero ed uno spedaletto. Formava una specie di isolato, circoscritto dal primo tratto della Via del Moro, dalle mura della terz’ultima cinta urbana (su cui si apriva una porticciola detta di S. Cristoforo, oggi arco del Vicolo al Vento), dal Vicolo al Vento e da Via del Re (l’attuale Via Cecco Angiolieri).

La facciata della primitiva fabbrica era di tipo quasi pisano, con marmi bianchi e neri, scompartiti a strisce ed a losanghe. Alla fine del Cinquecento il sacro edificio fu modificato per essere reso più ampio: nel disegno del Vanni la chiesa di S. Cristoforo appare con due appendici laterali, che invece mancano nella raffigurazione di un codice del 1444 miniato da Niccolò di Giovanni Ventura.

Il tempio si allungava di un’intera campata verso il Palazzo Tolomei e perciò l’area della piazza era meno ampia di quella attuale.

Ma a seguito del terremoto del 1798 la chiesa di S. Cristoforo subì lesioni gravissime, tanto che i lavori di rifacimento portarono ad un drastico ridimensionamento della sua lunghezza di circa otto braccia. La nuova facciata in cotto, spartita da quattro colonne in stile neo­classico, fu fatta da Tommaso e Francesco Paccagnini (1800).

Il prospetto fu adornato con le statue di due beati, Bernardo e Nera Tolomei, opere di Giuseppe Silini (1802), e con un grande stemma in pietra dei Tolomei, recuperato dalla villa di Fontebecci.

A testimoniare l’originario stile romanico di S. Cristoforo restano comunque le due zone inferiori del campanile, una porticina sul fianco destro della chiesa, dal lato di Via Cecco Angiolieri, e il bel chiostrino, con portico su basse colonne dai capitelli variati, ripristinato nel 1921 e recentemente restaurato.


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