VIA DI CITTA’ – dalla Croce del Travaglio a Piazza Postierla

Una delle tre antiche strade irradiantisi dalla Croce del Travaglio è VIA DI CITTÀ.

Il toponimo ne indica la destinazione primitiva. Via di Città era diretta (percorrendo un tracciato probabilmente etrusco) alla civitas per antonomasia, cioè al nucleo antico della città alto-medioevale: al Castellum Vetus (nome significativo del castrum romano e del colle più alto di Siena) e al Castellum Sanctae Mariae, dove erano la residenza del Vescovo, la Cattedrale e l’antichissimo Spedale della Scala. La vecchia città aveva sui due colli contigui di Castelvecchio e del Duomo i centri del potere civile e religioso, tanto che la civitas dette denominazione non soltanto alla sua via principale, ma anche al Terzo, il Terzerius Civitatis, che ebbe per emblema una croce bianca in campo rosso.

Nel 1900, dopo l’assassinio del “Re Buono” a Monza, tutta Via di Città, dalla Croce del Travaglio a Piazza Postierla, fu intitolata Via Umberto I. Le fu restituito il nome che mantiene ancor oggi nel giugno 1905, allorché la dedicazione in onore del monarca sabaudo fu trasferita all’attuale Piazza G. Matteotti.

Anticamente Via di Città risultava divisa in tre tratti: Via degli Uffiziali, Via Galgaria e Via di Città. Dunque, Via di Città era la denominazione dell’ultima parte soltanto, da Via delle Campane ai Quattro Cantoni. Ma a noi interessa illustrare soltanto il primo tratto, che appartiene quasi interamente alla Contrada Priora della Civetta.

La Strada degli Uffiziali, o dei Consoli andava dalla Croce del Travaglio alla Costarella. In passato fu chiamata anche Via dei Saracini, dalla famiglia di origine salica iscritta all’Ordine dei Grandi o Gentiluomini, il cui palazzo antico, di fronte a Via delle Terme, benché rimaneggiato, reca tuttora sulla facciata uno stemma gentilizio in marmo con una testa di moro (n.c. 15).

Comunque, l’appellativo più comune della via fu Strada degli Uffiziali, in quanto era il punto di ritrovo dei magistrati della Corte di Mercanzia e il centro della vita commerciale cittadina.

La Mercanzia fu l’Arte senese che beneficiò dei maggiori privilegi.

Dopo la caduta del priorato ghibellino dei Ventiquattro, il suo Tribunale giudicava i casi di appello delle corti di tutte le altre Arti senesi; una volta poi consolidata l’oligarchia dei Nove, i favori governativi di cui godette divennero davvero incontrastati. Peraltro nel governo dei Buoni Mercanti di Parte guelfa almeno ottantacinque Noveschi prestarono la loro opera come consoli della Mercanzia.

Con il tempo gli Ufficiali di Mercanzia furono chiamati ad esercitare funzioni particolarmente delicate.

Ad esempio, dopo il flagello della peste nera, il Consiglio Generale assegnò ai magistrati dell’Arte il compito di stabilire ed imporre controlli sui prezzi e sui salari degli artigiani, fissando sia le tariffe che le multe. Ebbero un ruolo dominante nell’amministrazione della Zecca: i Consoli della Mercanzia nominavano ogni semestre i due Ufficiali del Bolgano e determinavano persino il tasso di cambio legale tra il forino d’oro e le monete senesi.

La sede dei mercanti sorse nel 1310 su un’area acquistata dagli eredi di Pepo di Melianda e da Ciampolo di Jacomo Gallerani. Il Comune contribuì pagando almeno tre quinti del prezzo d’acquisto.

Il primitivo palazzo della Mercanzia, che fu eretto al posto della chiesa di S. Paolo e della casa di Pepo di Melianda, inizialmente ebbe un piano di meno rispetto alla costruzione attuale e, dalla parte del Campo, una facciata in stile gotico, coronata da merli, attribuita a Niccolò dei Cori. Sulla spianata del Travaglio Pietro del Minnella, su disegno di Sano di Matteo (141 7-’28), abbellì il fabbricato con l’elegante loggia (che fu detta Loggia della Mercanzia, o dei Mercanti, o di S. Paolo), formata da tre alte arcate su pilastri marmorei, ornati con statue e ricchi capitelli nello stile di transizione dal gotico al rinascimentale; le volte furono decorate con preziosi stucchi ed affreschi.

Del Vecchietta sono le statue poste nei pilastri laterali, raffiguranti S. Pietro e S. Paolo; invece le altre statue sono di Antonio Federighi, che le realizzò dal 1456 al 1463.

Esse rappresentano i Santi Protettori di Siena: nelle nicchie su Via di Città ci sono Sant’Ansano e S. Vittore; nel risvolto di sinistra, nel Vicolo dei Setaioli (vicolo di S. Paolo), c’è S. Savino. Tutte e cinque le statue hanno i volti orgogliosamente rivolti verso Firenze. Ciò dette lo spunto al famoso profeta Brandano per vaticinare la fine della Repubblica Senese con l’avvertire che la piena sopra la città (cioé la potenza che doveva soggiogare Siena) sarebbe venuta dalla parte in cui guardano i Santi della Loggia della Mercanzia.

Dopo la caduta della Repubblica, la Loggia conobbe purtroppo l’incuria e l’abbandono, al punto che vi trovarono ospitalità i banchi dei treccoloni e dei mercanti al minuto; di notte vi sostavano i vagabondi e le cortigiane d’infimo ordine, che nella fredda stagione usavano persino accendervi il fuoco.

La Corte di Mercanzia fu modificata statutariamente in occasione della soppressione delle Arti nel 1777 e venne definitivamente abolita il 26 novembre 1780 con motu-proprio granducale.

La decadenza dell’istituzione era già stata segnata dalla cessione della sede nel 1764: il fabbricato infatti era stato acquistato con un atto di permuta dall’associazione dei Signori Uniti del Casino (o della Nobile Conversazione del Casino), fondata nel 1657, che gli cambiò destinazione ed aspetto per adattare i suoi ambienti a circolo culturale e ricreativo.

Dove prima si adunavano i mercanti, la nobiltà senese realizzò il proprio luogo di ritrovo per i giuochi con le carte, per le piacevoli veglie e per gli oziosi conversari.

La trasformazione del Tribunale della Mercanzia fu avviata nel 1766 ad opera dell’architetto fiorentino Ferdinando Fuga. I lavori consistettero nella sopraelevazione di un piano, nella copertura dei vicoli di S. Pietro e di S. Paolo e nella costruzione della facciata verso la Piazza, con relativa lunga ringhiera per poter assistere comodamente al Palio ed agli spettacoli nel Campo. Gli ultimi interventi furono fatti nella Loggia, che nel 1887 venne chiusa con una pregevole cancellata in ferro, disegnata da Augusto Corbi ed eseguita nell’officina senese di Pasquale Franci.


Ricerca e testo di Alberto Fiorini