VICOLO DI PIER PETTINAIO - da Banchi di Sopra a Via dei Termini.

La denominazione risale al 1871. Questo vicolo fu dedicato al beato Piero o Pietro Tecelano, chiamato Pier Pettinaio, perché, secondo la tradizione, quest’uomo di grande bontà ed onestà ebbe nel vicolo la sua bottega di fabbricante di

pettini. Era un artigiano e figlio di artigiani, rappresentante dunque della più tipica e vivace classe sociale del Medioevo comunale italiano. Pare che Pier Pettinaio fosse nato attorno al 1189 a Campi,

un piccolo villaggio del Chianti, che nel secolo XII faceva parte del dominio senese. Il giovane Piero venne in città, dove imparò il mestiere di fabbricante di pettini per scardassare la lana o, forse,

di pettini da telaio per tessere: umili, ma utili oggetti d’osso o di corno, che, nei giorni di mercato, soleva esporre su un banco in Piazza del Campo, presso la Costarella.

All'integrità professionale, Piero Tecelano univa l’integrità della vita privata. In ogni attività e in ogni circostanza egli trovava occasione

di maggior perfezione, ricorrendo soprattutto alla preghiera ed alla carità. Sposato, santificò il proprio matrimonio (ebbe quattro figli); restato vedovo e

senza prole, distribuì i suoi averi ai poveri e, iscrittosi al Terz’Ordine Francescano, si ritirò presso il convento dei Frati Minori di Siena.

Pier Pettinaio suscitò unanime ammirazione nel popolo soprattutto per i suoi poteri taumaturgici e per la facoltà di predire gli eventi. Non lasciò scritti: anzi, furono famosi

i suoi silenzi, tant’è che spesso lo vediamo raffigurato con un dito sulle labbra. Ma le poche cose che disse (e le molte che fece) devono avere avuto un’efficacia eccezionale, al

punto che certi trafficoni, dopo aver frodato la città, riconsegnarono il denaro a lui, che lo restituì al Comune.

Anche la Repubblica lo chiamò spesso per incarichi di fiducia e lo onorò nel 1282 della scelta di cinque prigionieri da riscattare e, nel 1285, della selezione dei poveri dei conventi a cui assegnare un’elemosina particolare. Si tramanda che l’oratore domenicano Ambrogio Sansedoni, futuro beato, rinunciò a diventare vescovo, perché così l’aveva consigliato il Pettinagno.

Anche quando i francescani senesi avevano dubbi sull’autentica vocazione dei loro novizi, li facevano esaminare da lui. Si tramanda che Pier Pettinagno fosse favorito da doni profetici e miracolosi, e che operasse guarigioni e conversioni. Fu infaticabile pellegrino nei “ luoghi” francescani, finché non lo fermò una dolorosa malattia, accettata con serena rassegnazione. Morì nel 1289 in odore di santità e fu tumulato nella chiesa di San Francesco, dove il Comune volle che gli venisse eretto unum sepulchrum nobile cum ciborio et altari.

Da quel giorno - racconta il Lusini - per molti anni di seguito i governanti senesi nella ricorrenza della morte del beato (4 dicembre), si recarono in processione, preceduti da trombetti, ad offrire una certa quantità di cera al suo sepolcro.

Purtroppo la tomba di Pier Pettinaio, opera di un certo maestro Agostino, non esiste più: essa infatti, dopo aver gravemente sofferto durante l’incendio della basilica francescana del 1655, non venne più restaurata ed andò dispersa. Di lui restò solo un braccio, conservato dalle Clarisse.

Sulle virtù e la santità del pettinaio Piero fiorirono numerose leggende. Alla sua vita si ispirarono i più rigorosi seguaci di Francesco d’Assisi, tra cui Ubertino da Casale, il capo dei francescani spirituali, che molto lo stimò. Anche dopo morto, spontaneamente i senesi invocarono il suo aiuto e gli attribuirono grazie e prodigi. Pure il Comune lo onorò subito come beato, ma la conferma canonica del culto arrivò solo nel 1802, quando Pio VII riconobbe a Pier Pettinaio il titolo di Beato.

Peraltro, già nel Trecento l’efficacia della sua preghiera era stata esaltata da Dante Alighieri nella Divina Commedia (“Purgatorio”, canto XIII), dove fece dire alla nobildonna senese Sapìa Tolomei: "Io non mi sarei convertita se lui non si fosse ricordato di me".

Il vicolo del beato Pettinagno nello “Stradario” del Fantastici (1798) è chiamato Vicolo del Lucherino; prima ancora, però, era detto Vicolo del Giudeo o dell‘Ebreo e, più anticamente, Vicolo della Calcina.

Il lucherino è un uccellino, un frigillide (Carduelis spinus), di colore giallo-verdastro striato di nero. Può darsi che il toponimo derivasse da una locanda, o da una bettola, avente il lucherino per insegna e per nome, oppure da una proprietà immobiliare avente in qualche modo attinenza con la nobile famiglia senese dei Lucherini. Ma in ordine a queste ipotesi non è stato possibile rintracciare dati probanti.

Nel secolo XV la stradina era denominata Vicolo dell’Ebreo, forse perché c’era la bottega di un israelita o più probabilmente perché conduceva ai piedi della massiccia Torre dell’Orsa, in quo - scrisse il Tizio – habitabant Judaei.

Più antica di tutte fu la denominazione di Vicolo della Calcina, dovuta quasi certamente all’esservi stati in questo luogo dei calcinacci, o calcinai, cioè strutture per la concia delle pelli tramite immersione in latte di calce per assicurarne la buona conservazione (operazione detta calcinatura).

Dall’accurato studio sulla città di Siena nel Trecento di D. Balestracci e G. Piccinni, risulta che almeno due di tali strutture erano collocate nel territorio prossimo a S. Cristoforo; esse forse si trovavano in questo vicolo.

I calcinai erano usati dai cerbolattai per trattare le pelli fini, una volta spelate da altri artigiani, detti pelacani. In genere si trattava di pelli di piccoli animali (conigli, volpi, martore, fame e simili), ma anche di pecore, agnelli, castroni, capre, capretti, porci e cani.

Le pelli erano poste a mollo nella galazza, dove venivano fatte bollire; poi erano pestate e mazzicate, quindi venivano latinate con un ferro e fatte purgare nella sembola (= semola); da ultimo erano risciacquate più volte nei trosci, o truoghi. Le pelli, così conciate, servivano per la scrittura, per rilegare i codici, per far guanti, manicotti, scarselle, cinture, eccetera.


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