IL CAMPO

“Dalla Costarella a sinistra circondi la Piazza fino al Chiasso Largo, e seguendo dalla parte del Palazzo Zondadari, salga a S. Vigilio…” Con queste parole il Bando sui confini del 1729 assegna alla Contrada Priora della Civetta la giurisdizione territoriale su una parte di piazza del Campo: la linea di confine, distaccatasi da Via di Città, discende la Costarella dei Barbieri, e si sviluppa lungo il circuito perimetrale della piazza, occupandone il lato sinistro fino al Chiasso Largo.

La Piazza del Campo è lo spazio urbano più affascinante e più grandioso della città, tanto che nel linguaggio comune viene detta Piazza senza altre aggiunte. In età post-barocca, quando divenne luogo di ricreazione e di godimento pubblico, facendo da splendido fondale alla festa senese per eccellenza, cioè al Palio, fu definita Gran Teatro. Ma anche la denominazione ufficiale, ripristinata nel 1931 in luogo di quella di Piazza Vittorio Emanuele II imposta nel 1871, è semplicemente IL CAMPO.

La piazza trasse il suo nome dal campus, cioè dal luogo naturale destinato agli scambi ed alle attività commerciali cittadine nell’alto medioevo. il Campus era posto in prossimità del Triventum, nodo di convergenza dei Terzieri e baricentro della vecchia Siena; occupava la parte più alta di una lunga vallata ricca di fitte selve (tanto che era detta Valle Selvata Bruna), che digradava verso il pianoro di Montone Piccolomini saltando impervi dirupi di tufo. Secondo una tesi oggi rifiutata, ma abbastanza cara agli studiosi degli anni Trenta, la piazza si formò nell’epoca romana, quando la città, uscita dal primitivo nucleo di Castelvecchio, prese la forma presso a poco quadrata per l’incontro delle due linee proprie di ogni struttura urbana “classica”: il cardo e il decumano. Nel loro punto di incrocio si costituì il Foro, dove i cittadini presero a riunirsi per i loro commerci: questo inizialmente non ebbe un nome speciale e venne detto genericamente Il Campo, in quanto - conclude il Lusini - per natura era un luogo agreste ed incolto, privo di abbellimenti e di edifici.

Oggi la piazza risulta composta di due zone: una, quasi rettilinea, che va dalla Via Rinaldini alla Bocca del Casato, abbassata in corrispondenza del Palazzo Pubblico ed elevata alle estremità; ed un’altra pianeggiante, che congiunge con un largo semicerchio questi due punti. Nell’insieme si forma una specie di conca con l’aspetto quasi di conchiglia (o di ventaglio) inclinata verso il lato meridionale, che conferisce alla piazza una speciale e singolare fisionomia. La circonferenza è di circa m 320. La parte adiacente ai palazzi, che può dirsi periferica, è distinta dall’area interna. Il percorso intorno alla piazza è selciato (in passato fu chiamato la Selice) e limitato da novanta colonnini di travertino, collocati nel 1808. Invece la conchiglia interna è a mattoni, fatti a mano e disposti a coltello, spartiti in nove spicchi da strisce di travertino, a ricordo del Governo dei Nove.

Il primo documento che riguardi il Campo è dell’11 marzo 1169: alcuni cittadini vendettero al Comune di Siena per il prezzo di 20 lire terram (..) a via in iuso de campo sancti Pauli qua itur in vallem Muntonis. La notizia consente di stabilire che il Campus Sancti Pauli (è questa la denominazione più antica) corrispondeva alla parte alta, quella appartenente alla Contrada della Civetta. Il Campus era prossimo alla Croce del Travaglio ed era attraversato da una strada che scendeva nella Valle del Montone. La chiesa dedicata all’Apostolo di Tarso era edificata nel luogo dove poi sorse il palazzotto della Mercanzia; tuttavia, già verso la metà del secolo XII, quando gli interessi economici divennero preminenti per l’incremento dei traffici commerciali fino a soppiantare quelli religiosi, l’area cambiò nome e da Campo di S. Paolo divenne Campus Fori, cioè Campo del Mercato: cuore delle attività del popolo magro. Si parla per la prima volta di un Campus Fori in un documento di vendita del dicembre 1193. Tuttavia, rileva il Cordaro, c’è chi, senza fondamento linguistico, spiega il nome di Campus Fori come una latinizzazione di Campo di fuori, alludendo alla primitiva “esternità” del Campo rispetto alla cerchia più antica delle mura.

La piazza cominciò ad assumere la sua fisionomia di anfiteatro negli ultimi decenni del secolo XII, con la realizzazione di un muraglione che separò il Campo dalla Valle del Montone, ponendo un argine all’erosione del terreno conseguente al dilavamento delle acque piovane.

Fu al tempo del Governo dei Dodici che si cercò di fare del Campo uno spazio sempre più rappresentativo. In primo luogo furono creati dodici accessi, poi ridotti agli attuali undici per la chiusura del Vicolo della Vacca. Altro provvedimento speciale fu la prescrizione che le costruzioni private, sorte nelle vie venute a circonscrivere il Campo e prospicienti la piazza, dovessero avere le finestre ad colonnellos, cioè a bifore e a trifore (1297).

Intanto, con l’affermazione del potere guelfo e con la stabilizzazione del Governo dei Nove, cominciò a prendere consistenza l’idea di un pubblico palazzo, che servisse da residenza al Podestà e come sede degli uffici del Comune.

Nel 1293 furono acquistate case in populo sancti Pauli et contrata di Malborghetto; altri edifici, posti post palatium dicti Comunis, furono comperati nel 1296.

Il prospetto del nuovo palazzo, girato verso il Campo, probabilmente fu ultimato fra il 1300 e il 1305, ma non sono sicure le modalità e i tempi degli ampliamenti.

Nel 1326 - se si presta fede ad una notizia riportata dal Tommasi - fu nel pubblico palazzo alzata la parte di mezzo, che sopra tutto quell’edifizio si solleva molte braccia il torrione centrale ebbe a coronamento nove merli, per la glorificazione dei Nove, ed un solo campaniletto a vela, che accolse la campana del carroccio dei Fiorentini conquistata a Montaperti, la Martinella, così chiamata da S. Martino protettore delle milizie a cavallo.

La torre, alta ben 87 metri (102 sino al parafulmine), che impresse a tutto il complesso un’eleganza ascensionale, fu realizzata tra il 1325 ed il 1344.

La configurazione del Campo risultò arricchita con la costruzione al suo interno della fonte pubblica. Jacopo di Vanni Ugolini, che aveva iniziato i lavori nel 1334, impiegò circa otto anni per scavare i bottini sotterranei, che convogliassero l’acqua dello Staggia verso il Campo, meritandosi l’appellativo di Giacomo dell’Acqua. La sua opera fu continuata da altri operai del Comune e finalmente nel 1346, con Coltino di Buonfiglio, l’acqua sgorgò dalla fonte, soprannominata Gaia dall’entusiasmo dei Senesi la prima volta che fu vista zampillare.

Nel periodo rinascimentale il Campo raggiunse la sua armonia architettonica con la realizzazione della fonte di Jacopo della Quercia e con la conclusione dei lavori alla Cappella di Piazza, iniziata su progetto di Domenico d’Agostino nel 1352 per adempiere ad un voto fatto dai Senesi alla Madonna durante la peste nera. Jacopo ebbe la commissione del rinnovamento della fonte di Piazza il 22 gennaio 1409, ma compì il lavoro soltanto nell’ottobre 1419, dopo vicissitudini e vertenze.

Egli creò un bacino rettangolare, aperto completamente nel lato verso il Palazzo Pubblico e a pendio nei due fianchi che seguono l’inclinazione del Campo; divise il parapetto di fondo e quelli laterali in tante nicchie con bassorilievi raffiguranti scene religiose ed allegoriche e completò la sua opera collocando due statue a tutto tondo (riferibili a Rea Silvia e ad Acca Laurenzia o più probabilmente ad allegorie della Carità) sopra le estremità dei fianchi. I lavori della Cappella, che Domenico d’Agostino aveva lasciato coperta da una modesta tettoia (come si vede anche nel dipinto di Sano di Pietro che riproduce S. Bernardino durante una predica), furono ripresi nel 1468 da Antonio Federighi.

L’artista rialzò i quattro pilastri d’angolo realizzati da Cecco di Giovanni nel 1376 e completò la copertura a volta con un elegante cornicione in marmo scolpito a vasi e a grifi affrontati (1468).

La veduta assonometrica del Campo, consegnataci da Francesco Vanni alla fine del secolo XVI, ci offre la visione di una piazza più irregolare di quella attuale. Intanto è dominata da un Palazzo Civico ancora disarmonico e incompleto, perché sarà rialzato nelle ali laterali nel 1681-‘82 ed avrà il secondo campaniletto sull’angolo destro del corpo centrale soltanto ai primi del Settecento.

La torre, che appare assai slanciata per l’altezza più modesta del Palazzo della Signoria, avrà nel 1666 il famoso campanone Sunto, cosiddetto perché i suoi rintocchi ricordano al popolo senese la protezione sulla città della Madonna Assunta.

Caratterizzano l’aspetto del Campo della veduta del Vanni anche una più modesta altezza di certi edifici e la presenza delle superstiti torri, scampate all’ira del cardinale Mendoza, che molte ne fece abbattere nel 1555.

Sulla sinistra della piazza, nel territorio della Civetta, è da rimarcare la mancanza del Palazzo Chigi Zondadari; ci sono invece le case dei Rinaldini e, dinanzi al Chiasso Largo, una torre mozza, appartenuta agli stessi, che il Macchi chiama Torre dei Tuoni. Invece la torre del Palazzo dei Sansedoni (ancora abbastanza contenuto nella lunghezza) ha tutto lo sviluppo originario di m 40,12 sopra i tetti delle case: rivaleggia in altezza con la Torre del Mangia e supera la corona delle torri che si alzano su Banchi di Sotto e sulla Via di Città.

Accanto a quella dei Sansedoni c’è l’antichissima Torre Bruna (o Rocca Bruna). Segue il palazzotto della Mercanzia, che, più basso di un piano, mostra il suo originale coronamento con i merli. Assunse il suo aspetto attuale verso la fine del secolo XVIII a seguito del rifacimento operato dell’architetto fiorentino Ferdinando Fuga.

Nel Seicento, una serie di terremoti reali e metaforici sconvolse la Piazza e determinò il profondo travaglio che lasciò l’aspetto del Campo quasi com’è attualmente. Nel 1657 il Palazzo Sansedoni si estese lateralmente inglobando i palazzi adiacenti fino al Vicolo dei Pollaioli e uniformandoli secondo una facciata a colonnelli; nel 1724 i Chigi Zondadari terminarono la costruzione del loro palazzo, edificato sulle case dei Rinaldini.

Operazioni mirate a “regolarizzare” l’aspetto della piazza e del Palazzo Pubblico si ebbero anche dopo l’unità d’Italia. Nel novembre 1868 la fonte di Jacopo della Quercia fu sostituita con una copia eseguita da Tito Sarrocchi e racchiusa da una cancellata disegnata da Giuseppe Partini.

La nuova fonte, priva delle due statue sui pilastri, fu spostata rispetto all’ubicazione primitiva, che era a cavallo di una delle strisce di pietra bianca della conchiglia, e fu collocata in una posizione più simmetrica rispetto alla piazza.

Essa fu portata verso sinistra di m 9,60 e indietro di m 1,60; inoltre fu orientata leggermente in modo che risultasse parallela ai palazzi retrostanti. Nel corso dello stesso anno il Partini sostituì i vecchi colonnini di forma rotondeggiante con dei nuovi a struttura ottagonale e curò l’installazione intorno al Campo di moderni lampioni a gas (al posto di vecchi fanali ad olio), posizionandoli al centro dello spazio tra un colonnino e l’altro.

Su Palazzo Pubblico si intervenne a più riprese e con lavori diversi. La ridefinizione unitaria dell’edificio in pratica poté dirsi conclusa con l’eliminazione dalla facciata di un terrazzino seicentesco sormontato da un baldacchino in rame (1904) e con la riapertura completa delle arcate del Cortile del Podestà (1930).

Oggi, indubbiamente, il moderno sviluppo della città ha comportato il suo allungamento verso nord, ma il Campo è rimasto il centro non soltanto ideale di Siena.

Ricerca e testo di Alberto Fiorini